L'Università di Altamura sorse, a quanto risulta dalle cronache, nel 1748, per merito di Marcello Papigniano Cusani, in quell’epoca Arciprete della nostra Cattedrale, nominato da Re Carlo III con decreto del 6 luglio I747.

Re Carlo III di Borbone (Re di Napoli) con relativo Stemma Reale 

Ciò lo conferma il Bisceglia nella biografia di Giuseppe De Gemmis, pubblicata il 1816.  “Verso la metà del secolo passato fioriva nella città di Altamura quella Regia Università studi, la quale, secondo il piano di studi  proposto dall’insigne  Marcello Cusani, prelato allora di quella Chiesa, fu istituita da Carlo III il Grande, che felicitava questi Regni in qual tempo. Ivi, sotto la prefettura di Cusani, che fu anche professore di Diritto Civile e Canonico, si insegnavano da ottimi maestri le antichità, le lingue dotte, le Matematiche, le Fisiche, la buona Filosofia, l'Eloquenza e la Teologia.”

Il Cusani, precedentemente professore di Diritto Civile e Canonico nella Università di Torino prima ed in quella di Napoli poi, pur non essendo altamurano, non appena ottenne, su sua richiesta, da Re Carlo III, auspice il Tannucci, l'ordine di istituire l’Università, ne prese a cuore le sorti e scelse come collaboratori i migliori professori del tempo e si circondò, di una specie di Consiglio Direttivo, composto di altri uomini dotti, i quali avevano il compito di provvedere al buon ordinamento e alla disciplina dell'Istituto e furono chiamati Riformatori e Moderatori.

Indubbiamente la nostra Università dovette essere florida, stando al giudizio di diversi, e ne cito qualcuno: il Tannucci, chiamò Altamura “l'Appula Atene”, il Bisceglia, nella citata biografia al De Gemmis, continua: “Di là sortirono ottimi allievi, che si distinsero per la gloria della Patria. Antonio Planelli (autore di un pregevole lavoro intitolato “Dell opera in musica”),  Michele Continisio, Vescovo di Giovinazzo e Terlizzi, cugino dei fratelli De Gemmis; Salvatore Gonelli, Vescovo di Venosa;  Valerio Persio, Prelato di Acquaviva (perseguitato dal Ruffo morì nelle carceri di Bari); i fratelli Gennaro ed Arcidiacono Agnello de Pau di Terlizzi e vari altri degni soggetti conobbero i primi elementi del sapere degli istitutori di Altamura”; e, infine, il Serena dice: “i migliori ingegni della Puglia e della Basilicata accorrevano quivi a cercare una istruzione, che potevano ricevere da professori di meritata fama”.

Palazzo della Curia (Altamura) - Luogo dove era ubicato il Regio Studio 

Si denominava Regia Università o Regio Studio e i fondi per il suo mantenimento erano presi dal Monte a Moltiplico che fu istituito dagli altamurani al principio del secolo XVII, quando la Città di Altamura, a quell’epoca arcipretale e di regio patronato, vessata continuamente dai vescovi dei paesi vicini e specialmente da quello di Gravina, chiese Governo e alla Santa Sede di voler elevare a dignità vescovile la Chiesa. Il Re accolse favorevolmente la richiesta e, nel 1659, ordino che si costituisse una  rendita necessaria la per mantenere il nuovo Vescovado. Il Comune allora assegnò i beni demaniali della contrada Visceglia, molti cittadini donarono volentieri beni e rendite, e tutti gli ordini della cittadinanza s'imposero spontaneamente un dazio sul macinato. Lo scopo però non fu raggiunto per le continue controversie die si sollevavano, ed il Collaterale Consiglio, con dispaccio del 28 maggio 1724,  giudicò inopportuna la fondazione di un Vescovado in Altamura, essendo la Chiesa alla diretta dipendenza del Principe che aveva il diritto di collazione. Le rendite di quei beni rimasero per tanti anni inoperose, e di qui ebbe origine il Monte a Moltiplico che, sorto di natura laica, rimase tale non essendosi potuto fondare il Vescovado per cui era stato creato.

Il 1747 il Capitolo, per mezzo del suo Procuratore Generale, chiese che quelle rendite fossero impiegate per mantenere un Seminario clericale, ma il Cusani che, come si è detto, quello stesso anno era stato nominato Arciprete della Città, propose e pensò con buon intento, di utilizzarle metà a favore della istruzione e metà a favore della Mensa Arcipretale. I cittadini, invece, tramite il Cappellano Maggiore, loro rappresentante, chiesero la istituzione di una piccola Università di Studi. Queste richieste furono favorevolmente prese in considerazione nella R. Camera di Santa Chiara ed in seguito, approvate dal Re, con decreto del 24 febbraio dell'anno 1748, col quale fu disposto che "essendo quella di voler istituire un'opera laicale e non ecclesiastica, si dovesse dal Governatore e dalla Università (Comune) determinare il numero degli alunni che si potessero mantenere, i quali si dovessero dalla Università (Comune) istessa, nominare. Ed affinché rettamente in tutto si procedesse, si dovevano citare gli eredi dei fondatori di tal Moltiplico, acciò si scorgesse il loro animo se in tal commutazione di volontà pretendessero qualche preminenza o nomina". Con queste disposizioni è chiarissimo che, concedendo il diritto di privilegio agli eredi dei fondatori del Monte, questo era di natura laicale. Per di più la R. Camera dì Santa Chiara stabilì che fino alla definitiva sistemazione di qualunque istituzione, si dovevano subito aprire scuole pubbliche per tutti quelli che conoscere vi volessero, per non lasciare quella gioventù senza alcuna istruzione. Così stando le cose il Cusani non si lasciò sfuggire l'occasione, sfruttò il momento e, sicuro della protezione di Re Carlo III, lo stesso anno (1748) aprì le scuole e, siccome le rendite del Monte erano insufficienti per il mantenimento di esse, propose che, per il fabbisogno, contribuissero le Cappelle dell'Assunta e della Trinità e le Congregazioni del Rosario e di San Biagio. Tale proposta fu approvata dal Re con dispaccio del 28 agosto 1748 e successivo del 25 maggio 1749.

Prefetti (Rettori Magnifici come ora si chiamano) del Regio Studio furono il Prelato Cusani per primo e tutti i suoi successori dopo. Ad essi fu data la facoltà di nominare i Professori delle varie Cattedre, sempre però dietro preventiva approvazione di esse da parte del Re, sotto la cui protezione fu posta la Scuola. Difatti fu chiamata Regia Università o Regio Studio. Ai Prelati, per la loro mansione di Prefetti e Professori, obbligati, di Teologia e Storia Ecclesiastica, con disposizione Regia del 1749, furono assegnati 400 ducati da prelevarsi dalle rendite del Monte a Moltiplico. Il Cusani procedette gradatamente all'apertura delle varie scuole. Nel primo anno, cioè nel 1748, ordinò quella di Lettere umane ed Eloquenza Latina, che affidò all'insigne Frate Orazio Gaspari da Perugia, uomo fra i più eletti del tempo e da lui appositamente chiamato, e quella di Eloquenza Greca che affidò al nostro concittadino Arcidiacono D. Leopoldo Laudati. Nel secondo anno (1749) aprì la scuola di Geometria e Filosofia, alla quale furono ammessi i giovani che già conoscevano le lingue classiche, e vi propose il concittadino, Primicerio D. Giuseppe Carlucci, uomo coltissimo e molto stimato che resse la Cattedra fino al 1787. Nel terzo anno (1750) istituì le scuole di Teologia, che tenne per sé; di Medicina, che affidò all'illustre medico Filippo La Vista di Molfetta, uomo di grande talento e studiosissimo; di Giurisprudenza Civile che affidò a Francesco Maria Bovio, nostro concittadino. Da quanto è citato si rileva benissimo che i professori non erano tutti ecclesiastici. Le altre cattedre vennero aperte successivamente. I risultati ottenuti furono splendidi, dovuti soprattutto al grande amore per l'istruzione pubblica dei professori, alla loro operosità, al loro disinteresse ed al loro attaccamento al dovere: insegnavano cinque ore al giorno e non si allontanavano dalla scuola, dopo la lezione, senza aver prima corretto i compiti scritti di tutti gli alunni. L'università, come si è detto, fu affidata ai Prelati e, di conseguenza, da essi ne dipese la buona o la cattiva sorte. Difatti, quando in Altamura vi furono Prelati amanti della cultura e interessati alla scuola, l'Università prosperò, quando invece ne ebbe di quelli che pensarono più ad altro che alla istruzione, decadde. A Monsignor Cusani, nominato vescovo di Otranto nel 1753, successe Monsignor Giuseppe Mastrilli di Mola, eletto da Re Carlo III con decreto del 22 giugno 1753, che restò in carica fino al 1761, ed a questi, con decreto di Re Ferdinando IV del 9 settembre 1761, seguì Monsignor Bruno Andrisani di Matera fino al 1775. Entrambi continuarono l'opera iniziata dal Cusani e l'Università seguitò a prosperare, ma quando, con decreto reale del 25 settembre 1775, fu nominato Monsignor Celestino Guidotti di Rutigliano, le sorti della Scuola declinarono, perché il nuovo Prelato, vendo quasi sempre fuori sede, benché dotto, si curò poco di essa. Eletto vescovo di Monopoli nel 1783 gli successe, con real dispaccio dell'11 settembre del medesimo anno, l'Arcidiacono di Terlizzi, Monsignor Gioacchino De Gemmis, il quale, da vero mecenate, prese a cuore le sorti dell'Università e con l'aiuto del suo concittadino, canonico D. Vitangelo Bisceglia, provvide a sane riforme e sotto dì lui, dice il Serena, “l’istituto raggiunse il più alto grado di perfezione”.

Mons. Gioacchino De Gemmis

Egli insegnò, come di dovere, Storia ecclesiastica e Liturgia ed ebbe come collaboratori negli altri insegnamenti: il Primicerio D. Giuseppe Carlucci, già citato, per la Filosofia e la Matematica; il canonico D. Mario Tirelli per la Teologia dommatica, del quale fu discepolo il Cagnazzi; il dotto giureconsulto dott. Domenico Bastelli, per il Diritto naturale la Cronologia; il canonico D. Agazio Angelastri per la Eloquenza latina e italiana; il dottore in legge Francesco Maria Bovio, già citato, per il Diritto civile e canonico; il sacerdote D. Domenico Angelastri per la Lingua Latina elementare; il sacerdote D. Nicola Popolizio per l'Alta latinità. Non gli riuscì possibile far ripristinare la Cattedra di Medicina, nonostante il suo caloroso interessamento. Chiamò quali Riformatori il Canonico D. Vitangelo Bisceglia e l'arcidiacono a Leopoldo Laudati e ritenne opportuno creare una Biblioteca, necessaria, come egli disse, “in una città dove l'erezione dei pubblici studi imita alla coltura dello spirito ed alla perfezione del cuore”, donando molti libri di sua proprietà e raccogliendone altri da persone che, seguendo il suo esempio, ne fecero offerta.

La seconda metà del '700 può considerarsi l'epoca migliore della storia di Altamura; le scuole tornarono al primitivo splendore e, dal 1784 al 1789, furono frequentare da moltissimi giovani della Puglia e della Basilicata. Col cadere del secolo cadeva lo splendore della Città di Federico devastata dal furore del feroce Cardinale Ruffo, e Monsignor De Gemmis, col Cagnazzi ed altri notevoli altamurani, fu costretto ad affrontare l’esilio.

L’Università ebbe sede nel Palazzo Vescovile, come attesta una lapide affissa su un muro di esso, in ricorrenza del centenario dell’Unità d'Italia e prosperò per oltre mezzo secolo (1748 – 1811). Oltre ad essere fucina di cultura, fu anche baldo focolaio di patriottismo, tanto che, ai tempi della Repubblica Partenopea, i giovani studenti, con sentito entusiasmo, contribuirono ad innalzare, o meglio a piantare, come allora si diceva, l'albero della Libertà nella Piazza principale della Città, al posto dove anticamente sorgeva la statua di Astrea, dea della Giustizia, e dove poi, nel 1899, centenario della famosa resistenza contro il Ruffo, venne eretto il Monumento ai Martiri del 1799.

Le infauste vicende del maggio 1799, purtroppo, turbarono la sua serenità, proprio nel momento di ripresa; professori, animati da fervente patriottismo, non trascurarono di difendere la Città contro il feroce e barbaro assedio del Sanfedista Cardinale Ruffo, rendendosi valorosi combattenti, come Candido Ceglia, Graziantonio De Bernardis, Giuseppe Patella, Nicola Popolizio, il quale pagò con la vita il suo ardimento; il Prelato De Gemmis, Luca De Samuele Cagnazzi, come si è detto, e il Cantore Giambattista Manfredi presero la via dell'esilio. Non da meno furono gli studenti i quali, seguendo l'esempio dei loro professori, animosamente presero attiva parte a quella eroica difesa che eternò nella storia la nostra Altamura, che meritò, giustamente, l'appellativo di Leonessa delle Puglie.

Ma ogni eroismo fu vano!

La crudeltà del Ruffo ebbe il sopravvento. Egli, impadronitosi della Città, abbatté con barbara ferocia l'albero della libertà e, reciso questo, dice il Serena « l'albero della scienza restò, come fulminato, e negli anni che seguirono di brutale borbonica reazione, nessuno osò più parlare di scuole, le quali, purtroppo ricordano i nomi di professori e di studenti o caduti vittime del loro illuminato amor patrio, o esuli in terre straniere, o gementi nel forte di Brindisi o nelle tetre prigioni della Vicaria. »

Le condizioni in cui l'Università si trovava a quei tempi erano molto precarie e si aggravarono ancor più quando lo stesso anno (1799) le due confraternite del SS. Rosario e di S. Biagio si rifiutarono di continuare a pagare i contributi ordinati a suo tempo da re Carlo III, anche perché era in discussione l'appartenenza del Monte a Moltiplico, le cui rendite non erano sicure e la cui esistenza si rendeva, perciò, assai difficile. E "decadde" dice il Serena "per motivi che sarebbe inutile investigare". Negli anni 1806, 1807, 1808 il concittadino, Conte Francesco Viti, Consigliere della Intendenza di Terra di Bari interessò il Preside Scondito prima e gli Intendenti della Provincia di Bari, Giovanni Battista Ricciardi e il Duca di Canzano poi, affinché intercedessero per la riapertura della Università e, in una relazione che lo stesso Viti scrisse al Duca di Cantano il 12 aprile 1808, fece cenno che, al principio di quell'anno furono riaperte “con molto profitto di quella popolazione” le Cattedre di Diritto civile e canonico, di Teologia dommatica e morale, di Matematica e Fisica, di Veterinaria, di Lingua Latina sublime e inferiore. Questi insegnamenti, pero, dovettero durare ben poco, perché il Vice Sindaco di Altamura, in una relazione che inviò al Consigliere di Stato, dichiarò che la esigua rendita del Monte, in ducati 1147, invece esse usata per il fabbisogno scolastico “serviva ad ingrassare gli oziosi Direttori e Amministratori di quel Monte”.

A questo sprazzo di luce effimera seguono altre delusioni: il 1811, sebbene una Commissione straordinaria per il riordinamento della Pubblica Istruzione nelle nostre Province (Relatore il Cuoco), avesse proposto Altamura come sede di una delle quattro Università da istituirsi, non si ebbe alcun risultato positivo. Col 1811, dunque. la nostra Università cessò di esistere, ma di fatto si era già spenta nel 1799 e gli anni che intercorsero fra queste due date furono solo anni di agonia.

Molti sperarono nella sua rinascita con la venuta dei Napoleonidi al governo delle Due Sicilie, specie quando Gioacchino Murat nel periodo in cui resse le sorti del Regno, propose di fare della Università di Altamura una sede governativa, ma fu speranza vana anche quella, perché, com'è noto, la sorte di quel Re fu presto segnata. E, col ritorno di Ferdinando IV di Borbone (1815) che non poteva certamente dimenticare l'eroica resistenza degli altamurani, nel maggio del 1799, contro il suo Cardinale Ruffo, ogni speranza di rinascita fu inesorabilmente vana, pur facendosi altri tentativi. Così l'Appula Atene perdette il suo Ateneo e pagò questo grande tributo in compenso del suo ardimento e per la libertà.

Dopo la catastrofe del 1799, riaperte le scuole altamurane, la Matematica e la Fisica furono insegnate dal dottor Grazio Battista di Cassano Murge e dopo l'insegnamento della Matematica fu affidato al canonico Vincenzo Popolizio e quello della Fisica al Prof. Gioacchino Grimaldi, al quale poi, nel 1860, il consiglio generale della Pubblica Istruzione affidò la direzione provvisoria delle Scuole, in quell'anno rivendicate da chi, dal 1848 al 1860 ne “aveva usurpate le rendite”. Le condizioni, dunque, non erano piacevoli, e ciò lo conferma il Notar Certificatore del Distretto di Altamura, Antonmaria Roselli, in una sua relazione del 28 marzo 1813, nella qual si legge: “dal 1799 sino ad oggi mi do l'onore di dirvi, che appena giunto Monsignor Ludovisi, Visitatore e Inquisitore, proibì espressamente le Cattedre a due Lettori, cioè al Tesoriere Mario Tirelli Professore di Teologia ed al Signor Francesco Bovio Professore di Diritto Civile e Canonico. Altre erano giù vacanti per l'assenza dei Lettori, perché perseguitati per delitto di opinione, vale a dire la cattedra di Filosofia, che si sosteneva dall'Arcidiacono Sig. Luca Cagnazzi, quella di Eloquenza dal Sig. Tesoriere Manfredi e quella della Lingua Latina e Greca dal Signor Candido Ceglia, e non si occuparono se non che dopo, al secondo governo dei presente Glorioso Governo (il governo dei principi francesi); sicché le predette Cattedre vacarono per anni sei continui”. Questa relazione inviata al Presidente del Giury di Bari, con altri carteggi sulla Università di Altamura, è conservata nell'Archivio provinciale di Bari con altri carteggi. Il Glorioso Governo, come dice il Roselli, inizio, stando alla storia, il 1806, quindi le cattedre dei tre professori allontanati per delitto di opinione, furono occupate, secondo lo stesso Roselli, due anni dopo e cioè il 1808, proprio l'anno in cui Giuseppe Bonaparte, allora Re di Napoli, chiamato al governo della Spagna, cedette la corona al cognato Gioacchino Murat.

La volontà di migliorare le sorti di Altamura, questi sovrani l'ebbero di certo e la istituzione della Corte d'Appello ce ne dà conferma, ma per l'Università, ben poco potettero, data la brevità del loro Governo.

Con decreti del 3 aprile 1810 e del 2 dicembre 1812, quindi sotto Murat, furono costituiti i Consigli di Beneficenza e degli Ospizi e il 14 febbraio 1814 l'Intendente della Provincia, a nome del Ministro dell'Interno, stabilì che al Prelato non appartenesse poi l'Amministrazione del Monte delle Scuole e che passasse subito alla Commissione degli Ospizi, la quale rimaneva incaricata, finché in Altamura non si fosse “organizzato uno stabilimento di istruzione pubblica, che si conviene per la posizione geografica del paese, per la residenza della Corte d'Appello e pel bisogno della Provincia”. Del che il Prelato (a quel tempo Mons. De Gemmis) vedendosi mancare i 500 ducati che riscuoteva dalla rendita del Monte (forse quando ancora pensava di poter realizzare la proposta che a tempo fece “di dare una nuova residenza alla Scuola, perché i locali erano insufficienti e posti vicino alla Piazza, luogo più frequentato della Città, poco adatta al silenzio e alla quiete che richiede una scuola”) protestò dichiarando di non poter più sostenere la dignità prelatizia. A tale reclamo il Ministro dell'interno, con nota del 1° marzo 1815, diretta al Direttore Generale della Pubblica istruzione, pur riconoscendo che le amministrazioni di quei Monti erano di natura laica, per non recare pregiudizio alcuno, pregò l'Intendente di Bari di riconoscere che il Monte fosse amministrato come prima e propose che fosse istituito un Liceo con convitto o senza convitto. Non si può escludere che la revoca del provvedimento fosse dovuta alla buona reputazione che il Prelato riscuoteva per la zelante opera svolta a favore dell'Università.

Intanto gli eventi fatalmente mutarono. La stella di Murat cessò di brillare col suo triste epilogo a Pizzo di Calabria, il 13 ottobre 1815, mentre i Borboni ancora una volta riacquistarono il potere senza  risparmiare volgari rappresaglie. Ed Altamura fu ancora tra le vittime!

Nel 1818 il Prelato Federico Guarini tentò di trasformare le scuole in un Seminario ecclesiastico secondo gli ordinamenti del Concilio di Trento, ma si opposero decisamente i rappresentanti del Comune e quelli della Pubblica istruzione di Napoli, i quali riuscirono a far dichiarare dal Ministro dell'Interno in data 26 dicembre 1818 che le Scuole di Altamura  “erano laiche e che volendo un Seminario le rendite per questo dovevano attingersi dalla Mensa Vescovile o dai Fondi del Capitolo”.

Altro tentativo fu tatto nel 1832 dal Vescovo di Gravina Cassiodoro Margherita. allora amministratore della nostra Chiesa, il quale propose di erogare le rendite del Monte a favore   dei Gesuiti, con l'obbligo dell'insegnamento, ma anche questa volta i rappresentanti del Consiglio Provinciale si opposero decisamente e, al Re Ferdinando, che aveva chiesto il loro parere, risposero che la proposta non poteva accettarsi ed era invece necessaria la riapertura dell'antica Università. Con ciò e chiaro che non fu trascurato alcun tentativo per farla rinascere, ma sempre inutilmente. Ancora nel 184 la Giunta di Pubblica Istruzione si interesso per le Scuole di Altamura e interessò il Consiglio Comunale (Decuriato) di fare una relazione sullo stato di esse e, nella tornata del 12 Maggio di quell'anno, deliberò di rivolgersi al Re per pregarlo di far riportare l'Istituto al primitivo indirizzo e di eleggere i professori in seguito a concorso da sostenersi press l’Università di Napoli sopprimendo qualche cattedra per ridurre le spese. Il Consiglio Provinciale, nel 1845, approvò tale deliberazione e la trasmise al Re con valide raccomandazioni. In seguito a questo il Vescovo Margherita si adoperò al riordinamento delle Scuole che nel 1847 tornarono a nuova vita; migliorò l'attrezzatura del gabinetto fisico-mineralogico, già esistente e chiamò ad insegnare Letteratura Italiana il Prof. Francesco Terranova e Letteratura Latina il Cantore D. Francesco Sallicano. Con decreto reale del 10 aprile 1848 il Decurionato fu autorizzato ad eleggere, tra i migliori cittadini competenti. tre persone per vigilare sul buon andamento e sul miglioramento della Scuola.

Ma l'agonia volgeva al decesso!

Con l'avvento al Pontificato di Papa Pio IX si ebbero mutamenti. Egli il 16 agosto 1848 nominò Vescovo di Altamura ed Acquaviva Monsignor Giandomenico falconi, unendo queste due chiese in una Diocesi sola; successivamente autorizzò l’apertura di un seminario per l’istruzione dei giovani preti delle due Città, essendo Altamura provvista di beni ecclesiastici. A nulla valsero le proteste degli altamurani e Re Ferdinando lasciò aprire il Seminario e, anche quando nel 1854, tornarono ad insistere per riottenere i beni usurpati, nessuno dette ascolto alle loro richieste. Il Seminario aperto dal Falconi ebbe sede nei locali dell'attuale Istituto Cagnazzi e, per la verità, di clericale ebbe solo il nome, in quanto in esso fu ospitata naia del tempo; fu arricchito di un gabinetto di chimica e furono chiamati all’insegnamento valenti professori, come Gerolamo Nisio, Angelo V. de Gregorio e Costantino Entimiades,  che dovettero poi abbandonare la sede, perché ritenuti di idee liberali.

Il 5 Dicembre 1860 Saverio Baldacchini, Vice Presidente del Consiglio Generale della Pubblica istruzione, interessato dal nostro illustre concittadino Senatore Ottavio Serena e convinto della verità del caso, propose la restituzione da parte del Prelato dei beni del Monte a Moltiplico per la apertura immediata di Scuole secondarie utili a tutti i giovani altamurani.  La  proposta del Baldacchini fu subito accettata e, con ordini superiori del 14, 15 e 17 dello stesso mese ed anno, le rendite del Monte, dopo tante alterne vicende, tornarono in possesso del Comune il quale provvedeva tempestivamente alla istituzione di un Istituto Tecnico-Classico, pareggiato ai simili governativi. Fu aperto e inaugurato a breve intervallo dall'ordine emanato, tra la gioia esultante degli altamurani, il 14 febbraio 1861, data che segna la nascita del nostro Istituto Cagnazzi che, emulo dell’antica Università, ha saputo mantenere alta la fiaccola del sapere e, fonte di cultura, tanto lustro ha dato alla nostra Altamura.

 

Tratto da: “L’università di Altamura” di Vincenzo Vicenti – Città di Altamura, Assessorato alla Pubblica Istruzione e Cultura (1998)
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